Nella foto, in evidenza prima dell’articolo, la cattedrale realizzata nel dopoguerra.

Riproponiamo un articolo, sempre attuale, pubblicato su LERICI IN… di giugno, luglio e agosto 2017. Nella prima parte interviene il ricercatore di storia locale Alberto Scaramuccia e nella seconda l’arch. Piero Mazzoni per completare l’argomento dal punto bi vista urbanistico, ampliandolo con ulteriori foto e commenti. –

Da piazza Verdi a piazza Europa alla Spezia

In qualsiasi carta della Spezia anteriore al 1900 e giù di lì, la città non va oltre l’attuale Capitaneria dove stava una batteria a terra che faceva il paio con un’altra posizionata dove oggi c’è la Cattedrale. Lì la città era arrestata da un confine naturale che, quasi un’Alpe, la separava dal resto del mondo. Fu barriera il colle di Cristo Re che è, però, nome di oggi. Prima Capo di Ferrara per il minerale che vi si estraeva, diventa poi la Rocca dei Cappuccini quando arrivano “i Scapussìn”. Per noi che lo chiamavamo Montetto, era sede di interminabili matches di pallone o di appuntamenti per il fortunato che ci portava la fantela. Poi venne, Anni ‘70, la Cattedrale e da allora è Cristo Re.

Prima, però, il colle scendeva al mare ed ostacolava l’espansione della città che, impossibilitata a comunicare con la piana a oriente, vedeva inesorabilmente pregiudicata ogni possibilità di crescita.

Se ne pensarono tante per superare quella grossa pietra posta lungo il cammino dello sviluppo spezzino dalla Natura, Madre nell’occasione matrigna. Il colle s’abbassa-va alle onde, non esisteva neppure un sentiero per scollinare. Siccome ci si doveva inerpicare, ad essere disturbati erano soprattutto commerci e comunicazioni: a vecia Speza era isolata, esclusa dal resto del mondo.

Fu dunque benedetta la litoranea che nel 1672 permise di superare il colle anche se i marosi ne intralciarono la costruzione. A metà Ottocento del colle conserviamo la bella immagine di un boschetto a cinque gironi “a foggia di gradinate” abitate da lecci, allori ed agarici, con orticelli e giardinetti, mentre un tortuoso viale porta alla marina.

Lì stavano “i Scapussìn”: tanto amati ma, nonostante questo, ugualmente sloggiati dai Savoia che vi insediarono una batteria (vedi foto): le mo-difiche al paesaggio non dipendono solo dalle comunicazioni. Ma restava l’ostacolo.

Dopo averne pensate tante, alla fine si scelse il taglio. Venerdì 28 ottobre 1927, 5° anniversario della marcia su Roma, un colpo di piccone ben assestato iniziò a squarciare lo sperone di roccia, altro esempio, con l’Arsenale, di come l‘uomo altera il paesaggio originale. Si può giudicare quell’intervento azione delittuosa o inserirlo nel catalogo delle dure necessità, ma resta il fatto che chi abita l’area trasformata spesso dimentica l’aspetto originale. Anche questo è il compito della storia: far tenere a mente almeno i passaggi chiave del lungo cam-mino compiuto da ogni territorio lungo la sua esistenza.

Comunque, da quel lavoro venne fuori tanta di quella risulta che ci si livellò la piana di Migliarina e nacque uno slargo prima inesistente. Detto prima piazza Italia, ché anche la toponomastica è figlia dei tempi, fu poi intitolato all’Europa mentre si facevano case e fabbriche dove prima erano campi: la prova che ogni muro, per quanto piccino, anche se non lo facciamo noi, limita sviluppo e crescita.

Alberto Scaramuccia

Dopo aver sentito il parere dello storico, ora passiamo all’arch. Piero Mazzoni, per farci spiegare la sua evoluzione urbanistica. (Ndr)

Dove ora alla Spezia c’è piazza Europa, fino a novant’anni fa, c’era la collina dei Cappuccini, un promontorio che si estendeva dall’attuale Cattedrale di Cristo Re fino al mare. Qui passava il viale Umberto I (ora viale Italia), strada a fil di costa che, per esigenze militari, proseguiva come viale San Bartolomeo fino al Muggiano. Un promontorio che rimase presente fino agli Anni Trenta, anche se predestinato da tempo al suo spianamento, a dispetto di una espansione urbana che si era già avviata oltre di esso nella piana di Migliarina (palazzi, ospedale civile, fabbriche e altro).

Questa benedetta collina era a conclusione di un assetto urbano ottocentesco che prefigurava la città “in se conclusa e chiusa” ricompresa tra questo promontorio a est e piazza Chiodo col monumento e l’ingresso del-l’Arsenale ad ovest, con i dignitosi palazzi sull’asse di via Chiodo (secondo i consolidati criteri di “decoro, estetica e salubrità” dell’epoca), i magnifici antistanti giardini e la passeggiata Morin sul mare. Che fosse stata per tanto tempo “parte immodificabile dell’ambiente” e confine naturale della città lo confermano anche le preesistenze che vi si erano collocate. Due belle villette, sulle sue pendici lato via Chiodo (dove ora c’è l’incrocio di via Veneto con via Tolone), dimore della contessa di Castiglione e del pittore Agostino Fossati;  sul lato opposto, verso Migliarina, dove ora esiste l’edificio dell’ex cinema Astra su via Costantini, c’era il Camposanto, modesto per dimensioni così come modesta era la popolazione fino a metà dell’800.

A conferma che la collina doveva stare lì dov’era, per completare il quadro, si costruisce e si inaugura nel 1880 il Politeama Duca di Genova, a ridosso della stessa, piazzato “a tappo” nel bel mezzo di quella che diventerà poi l’attuale piazza Verdi, in testata di via Chiodo e in contrappunto alla opposta piazza Chiodo lato Arsenale. Insomma qui finiva il mondo spezzino.

Questa visione statica di una tranquilla cittadina che si stava sistemando viene però messa in discussione, come è noto, dalla realizzazione dell’Arsenale Militare. Succede che dal 1861 al 1881 la popolazione si triplica (11000 – 31000) e nel successivo ventennio (1881 – 1901) si raddoppia (31000 – 66000).

La Spezia è impreparata ad accogliere tutti questi nuovi immigrati, la situazione abitativa è pessima (elevato affollamento e condizioni igienico sanitarie insostenibili), scoppia anche il colera nel 1884 e il quartiere operaio Umberto I (intor-no a piazza Brin), realizzato a tempo di record e inaugurato nel 1889, soddisfa solo in parte il grave fabbisogno di abitazioni. Inoltre mancano ancora edifici e servizi essenziali alla civile convivenza in una città che si rispetti e che sta crescendo molto (troppo) velocemente (palazzo del Governo, degli Studi, delle Poste, scuole frazionali, ospedali, cimiteri, servizi comunali, oltreché bagni popolari, lavatoi, ecc.).

Tutto questo e altro ancora obbliga gli spezzini di allora a guardare oltre la collina nella piana di Migliarina per i futuri fabbisogni di territorio. Nuove previsioni quindi, così come indicate e ratificate dal Piano Regolatore approvato nel 1908.

Occorreva una continuità spaziale tra la vecchia città e la nuova che si doveva ancora realizzare, e la collina stava proprio nel mezzo. Occorreva spianarla dando seguito alla prosecuzione di via Chiodo oltre piazza Verdi  (futura via Veneto) e del viale Mazzini (futura via XXIV Maggio), occorreva insomma dotare la piana di Migliarina di una rete viaria degna di questo nome che potesse sostenere il previsto sviluppo urbano.

E a proposito di strade importanti vale la pena ricordare che l’esistente collegamento con Sarzana e la Val di Magra rimase immutato per oltre un secolo (dal 1810, epoca della sua realizzazione da parte dei francesi, al 1930 quando si aprì al traffico il tratto del viale Umberto I – viale Italia – da via San Cipriano a piazza Concordia di Migliarina). Fino ad allora rimase un tracciato a monte che costeggiava la collina dell’Ospedale S. Andrea, proseguiva come “via provinciale Spezia Sarzana” (ora via Lunigiana) fino a Marcantone e poi con via Sarzana (appun-to) fino a Migliarina (di qui proseguiva per i Boschetti, Melara, ecc… secondo l’attuale tracciato).

Un percorso a perimetro della piana, come del resto il tracciato ferroviario. A quell’epoca non c’erano le complesse e articolate indagini geologiche di oggi, ma l’area centrale della piana suscitava comunque diffidenza per la realizzazione di infrastrutture e fabbricati. Non a caso si chiamava “gli Stagnoni”, terreni paludosi, acquitrini e quindi inaffidabili.

Tornando alla futura piazza Europa, fu presa la decisione per lo sbancamento della collina che diventasse piazza e collegasse le due parti. C’era anche una corrente di pensiero che proponeva di lasciarla facendoci sotto “un tunnel a guisa di quello romano attraverso il Quirinale”.

I lavori iniziarono nel 1921 con interruzioni e riprese e durarono per oltre un decennio.

Vale la pena aprire una breve parentesi.

A collina sbancata l’area si presenta per alcuni anni come un grande cantiere in evoluzione. Emblematica a tale proposito la foto aerea del 1937 che, per meglio comprendere le trasformazioni, si è voluto raffrontare con una vista aerea odierna identica per inquadratura e punto di vista ma diversa per l’assetto definitivo che ne era conseguito, conclusosi nel primo dopoguerra. Alcune notazioni intermedie evidenziano gli eventi di trasformazione più importanti.

*E’ ancora visibile, nel 1937, un tratto dell’antico tracciato della strada per “Sarzana e Bollano” che, in posizione pedecollinare e in prosecuzione di via del Torretto, perimetrava la collina dei Cappuccini (poi demolita) e quella dell’Ospedale di S. Andrea (tuttora esistente)

*L’incrocio tra via Crispi (esistente prima dello sbancamento) e la futura via Veneto, oltre la collina, ma già corredato da tre dignitosi palazzi realizzati in epoca antecedente allo sbancamento.

*Il quarto angolo dell’incrocio, non edificato per la ingombrante presenza dei Magazzini Generali (funzionali al porto mercantile), a sbarrare la prosecuzione di via Veneto, che verranno demoliti pochi anni dopo e lì realizzato un edificio nell’immediato dopoguerra.

*L’area contigua, lato mare, al Palazzo di Prefettura e Provincia, libera, prevista come “ Piazza del Governo”, successivamente corredata da un monumento a Costanzo Ciano, ed infine, nel dopoguerra, occupata dell’attuale NH Hotel.

*L’area destinata alla “Casa dei Fasci Lunensi”, ove poi sarà realizzato il Palazzo Comunale.

*L’antico nucleo di San Cipriano, a margine dell’antica strada per Sarzana, anch’esso demolito per la realizzazione di piazza Concordia.

*L’area del vecchio cimitero di Spezia, di quando era un piccolo nucleo non ancora investito dall’espansione, ove attualmente esiste via Costantini e l’edificio ex cinema Astra
I punti qui sommariamente affrontati, e altri ancora, hanno una loro storia che meriterebbe di essere affrontata e approfondita, forse in seguito, se si presenterà l’occasione.

Riprendendo il discorso prima iniziato, quello era un periodo molto intenso di iniziative, di evoluzioni e trasformazioni. “Spezia” divenne “La Spezia”, assunse il ruolo di Provincia, il comune si espanse territorialmente accorpando le frazioni di San Venerio, Carozzo, Limone, Melara, Pitelli, Termo di Arcola, Fossa Mastra, Pagliari, San Bartolomeo e Muggiano appartenenti fino ad allora ai comuni di Vezzano Ligure e di Arcola; si registrò un altro e consistente incremento demografico, con quasi 90000 abitanti nel 1921 (poco meno della popolazione attuale …).

Inoltre, alla sua erezione a Diocesi con 18 Parrocchie (nove in città e altrettante nei nuclei esterni) seguì un concorso per la progettazione dalla Cattedrale di Cristo Re che avrebbe dovuto sorgere appunto nell’area spianata del colle dei Cappuccini secondo una configurazione tipica dell’epoca: a quota leggermente sopraelevata rispetto all’antistante ampio piazzale (futura piazza Europa), con due ali di palazzi che la inquadravano scenograficamente, visibile dal mare in tutta la sua imponenza venustà e rappresentatività.

Il progetto vincitore ebbe “l’imprimatur”, sintetico e la-pidario, dell’allora Capo del Governo Benito Mussolini: “Il progetto è degno del nome che il tempio porterà (Cristo Re n.d.r.), della città in cui sorgerà e dell’arte italiana. Roma 9 dicembre 1931 X Mussolini”(nella foto sopra):

A proposito dell’essere “degno dell’arte italiana” va detto che progettare una chiesa (addirittura una cattedrale) è da sempre questione complessa e difficile dove la tradizione pesa come un macigno e dove, da sempre,  la presenza e l’importanza del sacro edificio devono manifestarsi ed imporsi nell’am-biente nel quale si colloca, oltretutto in un periodo storico (il ventennio fascista) ove tali presupposti venivano richiesti ed esaltati anche per gli edifici “laici” del regime.

Bene hanno fatto nell’immediato dopoguerra a riaffrontare il tema con un ottica diversa, abbandonando il progetto iniziale, ritenuto oramai obsoleto, affidando la redazione di un nuovo progetto all’architetto Adalberto Libera che produce un progetto “razionalista”, un movimento architettonico es-pressione del proprio tempo ma libero ormai dalla contiguità col passato regime quindi rivoluzionario rispetto alla passata iconografia.

Saltano tutti i tradizionali canoni, non più facciate imponenti, archi, volte, colonne, cupole, decorazioni, ecc.  ma una semplice e perfetta forma geometrica centrale, senza enfatizzazioni scenografiche, che affida alla sua semplicità, la dovuta rappresentatività.

Naturalmente, una volta realizzato, l’accettazione di questo edificio da parte degli spezzini non fu unanime, ci fu chi lo accostò (e lo accosta tuttora) a un disco volante, a una centrale nucleare, a un’astronave, ecc., disorientato dalla mancanza dei consueti riferimenti stilistici dei secoli passati.

Comunque un punto fermo per la realizzazione di piazza Europa fu messo nel 1932 quando il G.U.R. (Gruppo Urbanisti Romani) ebbe a redigere il nuovo Piano Regolatore del Comune, dove assurge a tema dominante la “determinazione del centro cittadino”. Nella relazione si citano le “coraggiose demolizioni” e le nuove costruzioni (realizzate e/o prossime come il Palazzo delle Poste, il Palazzo della Provincia, la Cattedrale, ecc.) per arrivare a concludere che “La grande piazza del Littorio che si svolgerà in quella zona, casca proprio nel punto di mezzo del grande asse cittadino che formerà la spina dorsale dei due settori di città e naturalmente ne rappresenterà il cuore”.

Per la storia, in questo prefigurato “centro” si ipotizzavano ben quattro piazze. Oltre alle due a noi pervenute (piazza Verdi chiamata allora piazza delle Poste e piazza Europa chiamata piazza del Littorio la più grande la più rappresentativa e la più importante)  si prevedevano la “piazza del Teatro” e la “Piazza del Governo”, quest’ultima prevista sul fronte lato mare del Palazzo del Governo dove nel dopoguerra invece fu costruito l’attuale NH Hotel.

Ecco quindi la futura piazza Europa eretta al rango di “centro” del centro cittadino. Per realizzarla poi ci vorrà ancora una guerra mondiale e un altro ventennio, ma, nonostante i noti accadimenti di quel periodo e i diversi intendimenti anche in materia urbanistica, la piazza non poté non esprimere il centro cittadino in modo più rappresentativo che funzionale, più rivolta al decoro dei poteri e delle istituzioni che non a servizio degli spezzini e alla sua fruibilità da parte degli stessi. “Luogo istituzionale”, quindi, un po’ meno “luogo vissuto”.

Arch. Piero Mazzoni