(da Lerici In di dicembre 2021 e seguenti)

Il 26 novembre 2020, con una solenne cerimonia nella sede dell’ordine degli avvocati di Roma, 67 avvocati ebrei radiati il 13 dicembre 1939 a seguito delle leggi razziali sono stati riammessi all’esercizio della professione: decisione simbolica, essendo ormai tutti scomparsi da tempo, ma significativa, anche a fronte di persistenti rigurgiti di razzismo e di totalitarismo. Tra quei 67, con la tessera n. 2564 c’era Ugo Ayò, che visse poi a Lerici, prima nel borgo della Serra e poi nel suo “cantuccio dantesco”, casupola semidiroccata presso Narbostro, poi distrutta con la costruzione della nuova strada.

Di Ayò, nel maggio 2011, si è già occupato “Lerici In” con un articolo di Alfredo Lupi (Sio Cà). La triplice concomitanza della riammissione all’ordine, dei 130 anni della nascita (a Roma il 4 ottobre 1891) e del settimo centenario dantesco induce però a tornare sulla sua figura, importante non solo per Lerici ma per l’intera cultura ebraica. Non per nulla, l’Unitre lericina gli ha dedicato, il mese scorso, uno dei suoi incontri, e in quella sede è emersa la proposta di intitolare ad Ayò un luogo o quanto meno una targa ricordo.

Piccolo di statura, il volto incorniciato da una simpatica e “solenne” barba bianca, la kippah ebraica in testa, chi scrive lo ricorda, la mattina a Sarzana, prendere alla volta di Pisa il “treno degli studenti”. Erano gli anni del Sessantotto, quelli dei “matusa” e dello scontro tra le generazioni. Eppure Ayò sembrava davvero un giovane tra i giovani.

A Pisa, poi, lo si poteva vedere a lezione nelle aule della facoltà di Filosofia, in via Santa Maria. Nel settembre 1970 conseguì con lode la terza laurea, dopo quelle in Giurisprudenza ed in Lettere, con una tesi su “Leggi effimere e leggi moderne”, avendo come relatori due “pilastri” della facoltà come Francesco Barone e Mario Mirri. Il tema della legge e del suo valore, per un  giurista come Ayò, era importante anche nel quadro della sua religione. Alcuni ebrei livornesi ricordano ancora, poco tempo dopo la laurea, una “memorabile” parasha mishpatim da lui tenuta nel tempio di Livorno: l’anziano avvocato, costretto ad abbandonare la professione e anche l’insegnamento da una legge ingiusta (alla quale solo oggi, come detto, è stato posto solenne rimedio), rivendicava di fronte ai suoi correligionari, ma anche idealmente a tutti noi, la differenza tra la legge divina, bene illustrata dalla Torah al capitolo 20 dell’Esodo (il “codice dell’Alleanza”), e le leggi “effimere” del tempo moderno.

La famiglia di Ayò proveniva da Pitigliano, in Toscana: la “Piccola Gerusalemme” era stata a lungo patria di adozione di ebrei, provenienti sia da Livorno sia da Roma. Gli Ayò, in particolare, appartenevano ai sefarditi di Spagna, da dove erano stati allontanati a fine Quattrocento. Il cognome stesso è di origine spagnola, e significa “maestro”, “precettore”, ovvero un ruolo sociale non secondario. A Pitigliano gli Ayò erano proprietari terrieri, e il padre di Ugo, Pompilio, si era laureato come ingegnere agronomo, trasferendosi a Roma. La madre Palmira Bemporad apparteneva a sua volta a una nota famiglia ebraica di Pitigliano, mentre loro parenti erano i Lattes, il cui principale esponente di inizio secolo, Dante Lattes, giornalista e scrittore, avviò il giovane Ugo alla professione giornalistica.

Con l’acronimo UGE (“Un giovane ebreo”) Ugo Ayò firmò sin da giovanissimo sul Corriere Israelitico e su altre testate. Rimase celebre un articolo di inizio 1911, in cui criticava aspramente l’ebreo Luigi Luzzatti, presidente del consiglio conservatore.

Il “giovane ebreo”, neppure ventenne, si chiedeva, non senza irriverenza: “Che cosa ha ancora di ebraico Luigi Luzzatti ?”.

Il libro Dante e Virgilio di Ugo Ayò scritto a Rodi

Tra gli Anni Venti e Trenta Ayò insegnò per qualche tempo a Rodi, territorio italiano, pubblicando alcuni testi dedicati a Dante e a Virgilio (nel 1930 c’era stato il “bimillenario virgiliano”) .

Tra gli altri, un volume con i testi di “Dieci conferenze su Dante Alighieri”. Di qui la sua simpatia per l’”Al-tissimo Poeta”, come chiamava Dante trasferendo a lui l’espressione che la Commedia dedica a Virgilio.

E con la quale Ayò chiamava anche il suo amico Trilussa, giocando con ironia sul confronto tra l’altezza del poeta (quasi due metri) e la piccola statura del già “giovane ebreo”.

Proprio a Trilussa Ayò invia, tra settembre e novembre 1940, due lettere dalla Serra di Lerici. Sono i mesi del dolore e della tristezza: “Se non mi sono fatto vivo dall’Aprile 1939 ad oggi, – scrive nella prima – è perché sono morto – ucciso da la Questione de razza, che mi ha allontanato dal Palazzo di Giustizia e dall’Insegnamento al quale tenevo”.

Nella seconda afferma poi di scrivere “da questo Èremo, dove – come già Dante e il Petrarca – “io vo cercando pace pace pace!”. Inevitabile, per Dante, il richiamo alla celebre lettera di frate Ilario del monastero del Corvo, al quale il poeta avrebbe affermato, da esule (come doveva sentirsi Ayò), di cercare “pace”.

Per Petrarca la citazione è invece l’ultimo verso della canzone “Italia mia”. L’“eremo” della Serra anticipa così il “cantuccio dantesco” di Narbostro nel quale, rimasto vedovo dalla moglie Emma, si era ritirato, quasi sentinella egli stesso di pace e di cultura nel segno di quelle leggi eterne che la sua religione gli additava e che lui si era sforzato di tradurre in pratica.

Negli ultimi anni di vita, come mi ha confermato l’illustre studiosa di archivi ebraici Lionella Viterbo Neppi Modona, si era trasferito a Pitigliano, nella “piccola Gerusalemme” anticipo per lui di quella futura. Anche lì, come a Narbostro, alloggiava in un edificio semi diroccato, che si proponeva di restaurare. L’età e il deteriorarsi del suo stato di salute non glielo consentirono. Al momento della morte, il 22 febbraio 1979, destinò le poche risorse che aveva per il trasferimento del feretro al cimitero ebraico di Pisa, dove ora riposa. Quello di Pitigliano, infatti, è chiuso da decenni. La lapide che lo ricorda fu realizzata a spese di una persona amica. Chi lo ha conosciuto, però, ha il dovere di ricordarlo. Ed anche Lerici …

Egidio Banti

Ricordi su Ugo Ayò, un lericino d’adozione (1)

(da Lerici in di gennaio 2022)

Il professor Ugo Ayò

Ho letto il bellissimo articolo del senatore Egidio Banti sul nostro giornale del mese scorso e voglio rendere omaggio anch’io alla memoria del professor Ayò, pubblicare la sua fotografia e aggiungere qualche altra notizia a quelle che avevo scritto nel 2011,

Seguendo le orme di Dante il professor Ugo Ayò (nella foto sopra) venne per la prima volta alla Serra all’inizio degli Anni’ 40. In Italia erano già state promulgate le leggi razziali e per lui, ebreo, erano tempi veramente difficili. Alloggiava dalla “Teresina” che gestiva la Trattoria della Pace, proprio davanti all’attuale fermata dell’autobus. In seguito fu ospite di amici in Località “Aéta” (“dar Merlon”). Dopo poco sparì dal paese e di lui non si seppe più niente finché un giorno lessero sul giornale che era stato catturato e fucilato alla schiena.

Fortunatamente la notizia era falsa, oppure si trattava di una omonimia, perché il professore riapparve alla Serra, dopo la guerra, e precisamente per la campagna elettorale del 18 aprile 1948. Ayò faceva comizi di propaganda per la DC e non deve aver avuto vita facile in un paese che votava all’80% per il PCI, in un paese di uomini e donne che avevano militato nella Resistenza, che avevano mantenuto in piedi la stampa clandestina al “Fodo” della Rocchetta.

Qualcuno sostiene che in quel periodo vivesse alla Spezia e insegnasse in qualche scuola.

Si ristabilì poi alla Serra dopo la morte della moglie Emma e scelse un rudere in località Narbostro.

Il professore aveva fatto mettere sul rudere una grande lapide di marmo con inciso:

Il Cantuccio Dantesco che solo amore e luce ha per confine

ONORATE L’ALTISSIMO POETA

Si tratta dell’ottantesimo ver-so del Canto IV dell’Inferno, quando Dante e Virgilio incontrano, nel Limbo, i grandi poeti del passato, Omero, Orazio, Ovidio e Lucano.

Purtroppo anche l’ignoranza non ha confine, la lapide fu dapprima lordata ed in seguito rotta. Questa volta non c’entravano né il fascismo né il razzismo, ma soltanto la stupidità e la cattiveria di qualche nostro concittadino.

Sio Ca’ (Alfredo Lupi)