I ricordi di bambina, nel periodo più buio della nostra storia, raccontati da una nonna accarezzata dall’onda del mare.

(inizio a puntate da Lerici in di maggio 2021)

Sventola: un mare di memorie a Santa Teresa

Con questa “barchetta” per la prima volta “approda” nella nostra redazione Franca Gambino, nome già molto noto nell’ambito artistico non solo spezzino ma anche nazionale per la sua vulcanica attività di soprano, insegnante di musica e canto, scrittrice, poetessa, redattrice presso testate giornalistiche e case editrici. Tra le sue opere edite: La valigia rossa, Indagine incompleta, Indagine ultimata. La redazione di Lerici In le dà il suo benvenuto ringraziandola di cuore. (nd.r.)

Sventola a Santa Teresa (Lerici- SP)

Mio figlio ha una barchetta, ancorata nella baia di Santa Teresa, che si chiama Sventola. È così’ che grazie a Sventola ho imparato a capire che il mare è grande custode di memorie.

Si sa che oggi siamo tutti prigionieri della fretta. Con il mare invece non si può: il mare non ha fretta e non ti permette di averne.

Nessuno sembra crederlo, ma il mare ama le radici.  Davanti a lui, sedendo tranquilla, mentre mio figlio guerreggia con cime e corde di ogni diametro e tipo, ritrovo chi sa come antiche radici che credevo perdute: mio suocero in divisa da ufficiale di Marina; mio padre, imprenditore fra le navi al Porto di Genova, sempre in faccende con armatori agguerriti e combattivi; la mia nonna Angelita, che sulle spiagge andaluse aveva ballato il flamenco, e suo marito, il nonno Raffaele (della stirpe dei Sacerdote) che dalla Sinagoga genovese di via Assarotti, attraversando l’oceano, aveva raggiunto le pampas argentine per “fare fortuna nelle Americhe”.

Decido che tornerò qui presto, a Santa Teresa. Seduta a poppa di Sventola raccoglierò ricordi, come da piccola sulle spiagge conchiglie e sassolini. Senza un vero motivo, o forse per un motivo segreto, che adesso, all’improvviso, a me appare evidente: ci sono radici che nella fretta noi dimentichiamo, ma che bisognerebbe serbare, e tramandare, per-ché non sono solo ricordi, forse, o nostalgie, magari addirittura rimpianti. Sono “la Storia”. La Storia viva, quella piccola, fatta di piccole cose e persone, che non si impara a scuola dove si studia la Storia vera, quella importante. Questa che ora qui ho ritrovato è una Storia che si vive senza saperlo. E che magari credevamo di avere dimenticato.

Il mare oggi me l’ha restituita, dentro ai riflessi imperterriti delle sue schiume e increspature eterne.

Mi piacerebbe raccontarla, a chiunque la voglia ascoltare. Magari, da nonna che sono, anche ai bimbi che d’estate vengono a fare lezioni di vela. Anche perché (come una volta si diceva) i tanti ricordi di cui i vecchi sono custodi non vadano per sempre perduti. E rimangano ai giovani come preziosa, affettuosa memoria. (segue)

Franca Gambino

(da Lerici In di giugno 2021)

Un amico che non si può lasciare: il mare

Questa mattina, una frizzante mattinata di libeccio, dall’armadio delle memorie che Sventola ha il potere di evocare escono chi sa come disegni di addii.

La guerra scatenata sul porto, una notte, aveva dipinto il mare con fiamme violente rosse e gialle. Mamma guardava muta, con le mani allacciate intorno alle mie spalle, stringendomi forte; papà spingeva perché entrassimo in cantina dove trovavamo rifugio fra sacchi di sabbia ammassati, turandoci le orecchie con le dita per non sentire il fragore delle bombe. (Genova, guardando il porto da una terrazza dei quartieri alti, 22 Ottobre 1942…).

Più che alle bombe, però,  io continuavo a pensare al mio amico: le sue spume salate, le sue arrabbiature improvvise, ma poi la pace fatta con le sue carezze, quando ero stanca, accasciata sulla sua riva.

Per quanto bambina (o forse proprio per questo) mi facevo domande. Perché gli uomini vogliono sciupare con bombe e fiamme quelle acque così trasparenti?

Anche io forse da grande sarei diventata così stupida?   Lui, il mare, era la culla di quelle barche enormi (altro che Sventola!…) che mio padre qualche volta mi portava a vedere: giganti con ponti, oblò e fiancate luccicanti adagiate sulle acque verdi e ferme sotto le banchine. Il Rex…. il Roma e il gemello Augustus.

Chi lo sa se erano proprio quelle che vedevo a volte  dalla balconata del terrazzo, giganti, con quei nomi così sonori, troneggiare come regine sulla distesa scintillante del mare. Lui, il mare, il mio amico immenso, era però anche la culla di quei pesciolini guizzanti che io cercavo di acchiappare alla Foce, quando arrivavano le barche da pesca, per farli vivere ributtandoli in acqua, fra le risate degli uomini con in mano le reti….

Subito dopo quel 22 di ottobre fui costretta a lasciarlo, il mio amico azzurro, un po’ per paura delle bombe e un po’ perché avendo un nonno “ebreo” non ero più gradita fra le altre alunne, a scuola. E anche questa mi pareva soltanto un’altra grossa e incomprensibile stupidaggine dei “grandi”! 

Da qui dunque gli addii: alla mia casa, alla mia scuola, e anche a lui, il mio “amico del cuore” tenero e terribile, con i suoi pesciolini e le sue Regine galleggianti.

1942, 1943, 1944, 1945… di paesello in paesello, ospiti di gente fidata, fra montagne dove non potevano raggiungerci gli uomini con gli impermeabili neri e le due S sulle mostrine dei colletti.

“Benissimo”, dice mia madre un giorno, arrivando ad una casetta sperduta. “Qui i tedeschi è sicuro che non possono arrivare.”

“Benissimo niente!” dico io, “Questi non sono posti dove stare.”

“E perché, signorina?”, dice mia madre.

“Ma non lo vedi, mamma?” dico io. “Perché qui non c’è il mare!!!!!”

(Forse sarà il libeccio… però vedo che Sventola con la vela annuisce. E mi sembra sorridere).   (segue)

Franca Gambino