(Articolo a puntate di LUCIANA PIAZZI, pubblicato su Lerici In di maggio, giugno, luglio, agosto 2020)

Carlo Bertolani

L’ultimo partigiano ancora vivente nella provincia della Spezia.

Ho raccolto in un racconto-intervista I RICORDI DELL’ULTIMO PARTIGIANO VIVENTE del nostro territorio: Carlo Bertolani (foto sopra).

Non vi aspettate il solito racconto di guerriglia e di azioni di sabotaggio, saranno più notizie, aneddoti, curiosità su Romito e i comuni limitrofi. Ne esce uno spaccato di vita vivace e pittoresca, raccontato da una persona verace e schietta”.

Luciana Piazzi

Era il 10 settembre del 1943, quando Rito (Galazzo) e Rinaldo si presentarono al giovane Carlo Bertolani e gli fecero sapere che avevano bisogno di un responsabile di armamento. E il nostro accettò, anche se aveva appena sedici anni. Gli consegnarono subito una pistola Beretta e gli ordinarono di stare di guardia ai monti San Lorenzo; dalle dieci di sera alla mezzanotte, la parola d’ordine era: “Mi manda Rito”. E se fosse arrivato qualcuno prima o dopo di quella fascia oraria?, chiese Carlo. “Ammazzalo e portalo nel canale!”: questi furono i suoi primi ordini. Eseguì quel compito per più di un anno. I partigiani gli portavano moschetti e, a volte, qualche mitraglia. Lo stabilimento dell’Oto Melara produceva le bombe a mano. Qualche antifascista che lavorava lì, ogni tanto gli allungava lassù qualche sacchetto pieno di bombe. Rito Galazzo gli aveva ordinato che quando arrivava a dieci pezzi doveva farglielo sapere. Rito era il capo, un bravo compagno, una persona seria che poi diventerà Presidente del CLN di Romito e in seguito, dopo la Liberazione,  entrerà nella Giunta di Arcola con il Sindaco Maggiani.

Dopo questo primo incarico, Carlo Bertolani andò come partigiano a Villagrossa, nel calicese. Lassù c’era Francesco De Biasi “Gringo”, il primo partigiano di Romito, un bravo combattente che dirigeva un distaccamento del battaglione “Vanni” (dal nome di un combattente morto in Spagna) e c’erano già anche altri ragazzi di Romito. Per esempio Silvano Ercolini (figlio di Oreste Ercolini, detto “Balin”) e Di Casale che, inizialmente, avevano aderito alla Repubblica Sociale, ma poi erano scappati e anche loro erano andati ai monti. C’era anche Giuseppe Gennaro, il falegname, figlio di un calzolaio antifascista,  che ebbe la disgrazia di un fratello morto in guerra.

È diretto e sincero Carlo Bertolani, classe 1926, mentre mi racconta la sua militanza come partigiano, arricchita da aneddoti su famigliari e su persone del suo paese. Ha più di novant’anni e non li dimostra, mani perfette ed eleganti, una memoria straordinaria ed un inaspettato senso dell’ironia. “Mia nonna era ubriacona e bugiarda ma guariva il mal di stomaco. Non voleva niente in cambio, solo un bicchiere di vino. Raccoglieva delle erbe nel bosco, che conosceva solo lei, e suggeriva dei rimedi fatti con quelle erbe”.

Mi spiega anche che a  Romito tutti avevano un soprannome o un nome di fantasia: sua madre si chiamava Elvira (Olina) ma tutti la conoscevano come Armida, figlia dell’Albina. E aggiunge che durante la guerra si pativa la fame e le case erano fredde, ma la gente era più unita perché spesso esistevano legami di parentela.

Nella famiglia di suo padre erano in undici tra fratelli e sorelle; Ettore, suo papà, da giovane si era fatto ben sei anni di galera a Gaeta. Una volta uscito di prigione si era innamorato di una ragazza e l’aveva messa incinta; per dimostrarle il suo amore si era perfino fatto un tatuaggio con il suo viso. Poi, però, l’aveva abbandonata perché aveva conosciuto Elvira e aveva avuto un figlio anche da lei; erano andati a vivere vicino al negozio di commestibili della Alice, nella casa del dottor Venturi, che aveva la particolarità di essere attraversata dal confine di due comuni: e così alcune stanze rimanevano nella giurisdizione di Arcola, mentre una cucina ed una camera facevano parte del Comune di Lerici, tanto che Ettore, il capofamiglia, quando morì fu sepolto nel cimitero lericino di Narbostro.

Mi racconta di una singolare zia acquisita che aveva sposato un fratello di sua madre e di quando lui, ancora bambino, era obbligato da sua madre ad andare a trovarla; questa donna a lui non piaceva, perché aveva la “piumonite” (polmonite) perciò, in inverno, rimaneva sempre a letto. Suo marito, che lavorava a S. Bartolomeo, prima di uscire di casa le preparava il pranzo, svuotava il vaso da notte, badava a galline e conigli, curava l’orto. Avevano due figlie, Vanda (che sarà maestra elementare a Romito per molti anni) e Lida, che divenne professoressa. A mezzogiorno Vanda doveva lasciare il lavoro e andare a dare da mangiare a sua madre, perché quella donna dal letto si alzava solo d’estate.

Quando era piccolo, la sua famiglia durante la stagione estiva si trasferiva ai monti di S. Lorenzo. Tanti di Pugliola possedevano dei terreni lassù e ci seminavano il grano. Ma l’acqua non era disponibile e perciò nelle case venivano costruite le cisterne per raccogliere la pioggia. L’acqua era indispensabile perché le pecore dovevano bere almeno una volta al giorno e per preparare il “verderame” (solfato di rame) da dare alle vigne.

Ai monti di S. Lorenzo ci vivevano anche gli Aureli, una famiglia che non se la passava male e che possedeva addirittura due cisterne: una in casa e l’altra in una cantina o magazzino, in cui al piano terra c’erano conigli, galline e una decina di pecore (questo significava poter contare su agnelli, lana, formaggi, ricotta) e sopra la cisterna. Erano tre sorelle e due fratelli e le donne lavoravano con la stessa forza e intensità degli uomini. 

Quando arrivava il periodo di tagliare il grano, che poi veniva battuto nell’aia con i cerchi (zercia era un attrezzo formato da due bastoni di lunghezza diversa, uniti da una cinghia di cuoio) e la “vassoa” (probabil-mente da vassoio, una sorta di setaccio per l’operazione della trebbiatura), molti uomini salivano ai monti S. Lorenzo a dare una mano, perché era un lavoro molto faticoso.

Un gustoso aneddoto raccontato da Carlo Bertolani è quello di una donna che aveva un terreno lassù a Monti S. Lorenzo e assumeva degli aiutanti occasionali per la battitura del grano. All’ora di pranzo, quando era ormai tempo di cuocere il cibo per i lavoranti, infilò due pezzi di legno nella stufa, mise sul fuoco la pentola con l’acqua e buttò il riso in pentola. Mentre bolliva il riso, la donna ogni tanto lo girava ma, ad un certo punto, alquanto sorpresa, vide qualcosa di strano. Aiutandosi col mestolo, tirò fuori dall’acqua uno scheletro lun-ghissimo: insieme al riso era finita in pentola una bella biscia o forse un serpente velenoso! Immaginiamo il panico: che cosa avrebbe dato da mangiare a quegli uomini esausti e affamati? Ormai era tardi, era in mezzo a un bosco e non c’erano negozi, perciò la donna decise di far finta di niente e riempire lo stesso le ciotole dei braccianti che, ignari, si rifocillarono di buon grado e poi ripresero il lavoro.

L’anno dopo, quando andò a cercare gli stessi uomini per farsi aiutare a battere il grano, questi risposero: “Noi veniamo, basta che ci prepari un riso buono come quello dell’anno scorso!” E, la signora, che era pronta di spirito, rispose ridendo: “Non vi assicuro niente!”.

La madre di Carlo aveva preso a mezzadria i terreni di monti S. Lorenzo da due fattori di Sarzana, di proprietà del “Contino”. I fattori salivano a Monti per la vendemmia, a fine giornata, quando si dividevano i panieri dell’uva raccolta. Quella della vendemmia era una giornata di festa: le ragazze cantavano, ridevano e si divertivano perché c’erano anche tanti giovanotti.

A mezzogiorno, Armida cucinava per tutti. Era una brava cuoca, aveva lavorato come domestica in casa dei Falcinelli e la signora la adorava perché le aveva insegnato a cucinare le dosi giuste di minestra, carne e pesce. Come di consueto, preparava lo stoccafisso, mentre suo marito preparava il “sogio” un contenitore in cui avveniva la prima pigiatura dei grappoli e così, il giorno della vendemmia, si beveva già il vino nuovo. Non era aspro, anzi era piuttosto dolce così piaceva anche alle ragazze (anche se Carlo ricorda che provocava un po’ di dissenteria). Dunque si mangiava, si beveva e si stava in allegria.

A fine giornata arrivava il fattore, si divideva l’uva (foto sopra) e le giovani la portavano giù con le paniere in testa, i ragazzi invece si caricavano le ceste sulla schiena. L’uva raccolta veniva trasportata a Romito, una parte nella cantina dei genitori di Carlo, l’altra nella cantina di “Pedana” un mezzadro che abitava proprio dove ora ci sono le scuole. Il fratello di Pedana faceva il fattore nella Villa Portunato di via Torrecchio, di proprietà di una facoltosa famiglia genovese.

Il padrone era socio di una compagnia di navigazione e, in estate, lui e la sua famiglia venivano a trascorrere un po’ di tempo in campagna. Tra le persone ricche usava: anche “le contessine” di Pugliola andavano in villeggiatura in estate… niente meno che alla Rocchetta! A inizio stagione, le si vedevano passare a piedi, camminando lentamente con l’ombrellino, mentre le serve dietro, portavano tutte le borse e i bagagli.

A ottobre ricominciavano le scuole e neanche Carlo, come tutti i ragazzi della sua età, ci andava troppo volentieri. Oltretutto all’epoca nella scuola di Romito c’era il famoso maestro Frandi, un fascista che metteva tutti gli alunni sull’attenti e guai a chi facesse il minimo movimento, perché era ossessionato dalla polvere: sosteneva che, agitandosi, gli alunni smuovevano il pulviscolo! Possedeva un bastone con cui picchiava i malcapitati scolari, non sulle spalle, ma proprio sulla testa.

Decisamente altri tempi! Il maestro Frandi aveva elaborato anche un componimento poetico che lui riteneva di grande pregio. Così tutti gli studenti dovevano impararselo a memoria, sennò erano bastonate sicure! Il poemetto iniziava così: “Il castello di Trebiano /anche visto da lontano/sembra proprio tale e quale un maniero medievale…”.

Al ritorno da scuola, quando la madre di Carlo gli chiedeva che cosa avessero fatto a lezione, lui immancabilmente diceva: “Niente!”. E la signora Elvira, detta Armida, ci pensava un po’ su e poi ribatteva al figlio: “E allora sarà meglio che tu vada a guardare le pecore!”.

Per potersi iscrivere a scuola, bisognava pagare cinque lire al partito fascista, perché era obbligatorio comprarsi la divisa da balilla che appunto costava cinque franchi. Bruno “del Petoton” (tutte le casate di Romito avevano dei curiosi soprannomi) era nato nel 1923 ma era in classe con Carlo, che aveva tre anni di meno, perché suo padre era disoccupato e non aveva i soldi per acquistare la divisa a suo figlio. Invece il padre di Carlo l’uniforme fascista in casa non ce la voleva proprio e sua mamma era costretta a nasconderla in cantina. Quando la maestra avvisava: “Domani viene il direttore, portate la divisa”, sua mamma doveva andare a recuperare l’uniforme in cantina e mettergliela di nascosto.

A soli quattordici anni, Carlo faceva già il boscaiolo. Andava alla Rocchetta a fare la legna con i muli e lavorava per Enere, il fratello di Nestore Calevo. Enere era un personaggio un po’ sopra le righe, che amava stuzzicare le ragazze. Aveva anche i cavalli con cui andava al fiume a prendere la sabbia. Se lo ricorda ancora bene Carlo quanto lo pagava: otto lire al giorno per fare il boscaiolo. Al mattino si tagliava la legna col segone e al pomeriggio i pezzi grossi si caricavano sulle spalle. C’erano anche quattro o cinque ragazze di Tellaro che andavano come lavoranti, a cinque lire al giorno: si caricavano le fascine sulla testa e le portavano giù; alla sera poi Gigi “De Bocco” caricava tutto con i cavalli e trasportava giù la legna tagliata. Enere Calevo, in seguito, la vendeva a tutti e voleva essere pagato in contanti; riusciva a smerciarla a quasi tutti gli abitanti del paese, perché nelle case si cuoceva col focolaio e quindi tutti avevano bisogno di legna da ardere.

Tra le sue clienti c’era anche la signora Gemma di Serafino (Bassano) che aveva un negozio di ferramenta in cui si poteva trovare un po’ di tutto (corrispondente all’attuale negozio di alimentari, all’ingresso di via Ragnara). Una parte della bottega era riservata a legna, carbone, sabbia e mattoni; dall’altra parte si vendevano abbigliamento per uomini e donne, scarpe economiche, qualche articolo di biancheria intima. La signora abitava dietro il negozio e, cosa rara per l’epoca, aveva perfino il gabinetto in casa. Ma non esisteva la fognatura pubblica e perciò gli escrementi li prendeva una certa Carlina e li usava per concimare l’orto! Non si buttava via niente.

Carlo e il suo amico Fulgo giocavano lì nei paraggi del negozio con “le balette e il gariccio” (le biglie e il gariccio, ossia il buco dove doveva arrivare la pallina) e, alla domenica, vedevano arrivare Enere che puntualmente andava a fare i conti della legna con Gemma. La signora parlava bene italiano ed Enere si divertiva a stuzzicarla, chiedendole se lei avesse le mutande; al che, ogni volta la signora Gemma gli rispondeva: “Non dire quelle brutte parole che mi offendi!” perché lei era una signora elegante.

Poi Carlo mi racconta un altro episodio legato alla povertà del momento. Delia “della Barbantana” era rimasta vedova presto e doveva provvedere ai suoi figli, spesso perciò domandava alla madre di Carlo: “Armi-da, ti vengo a vangare una piana, così mi dai una fascina di legna da portare a Pietrin, che sennò non mi dà il pane per i fanti?”. Perché il marito della signora Delia, un certo Tassoni, aveva fatto l’operaio nello stabilimento di Pertusola, e là si moriva presto, perché si lavorava a contatto con l’antimonio e il piombo, sostanze che prima bloccavano e poi uccidevano gli uomini, che morivano al massimo verso i qua- rant’anni, dopo aver svolto un lavoro brutto e con una paga limitatissima. La vedova di Tassoni perciò, per provvedere a sfamare i suoi figli andava sui monti a vangare e, come paga, si faceva dare della legna che poi usava come “moneta di scambio” per acquistare un po’ di pane per i suoi figli nella bottega di Pietro e Alice.

Quando entrò nelle squadre partigiane, Carlo aveva appena sedici anni. Viveva con la famiglia in una casetta di proprietà della famiglia Venturi. Il giovane Venturi frequentava il terzo anno di medicina a Parma. All’uni-versità esisteva un’organizza-zione relativamente fascista; quando suo padre costruì la villa, lui che era ancora studente universitario venne ad abitarci, ma le Brigate Nere andavano continuamente a cercarlo perché, secondo loro, doveva iscriversi al Partito. Allora sua madre ripeteva alle camice nere che il figlio era partito militare e il padre di Carlo propose di nasconderlo in casa sua; così il giovane Venturi dormiva nel suo letto e Carlo per terra, su una “strapunta”. D’estate però, stavano a S. Lorenzo.

Un giorno arrivò lassù a casa loro una ragazza, che nonostante appartenesse al-la Brigata Nera, decise di metterli in guardia: rivelò di aver saputo che, siccome in quella zona c’era un centro con delle armi e la tipografia clandestina del Fodo diretta da Tommaso Lupi, i fascisti volevano catturare quelli che si trovavano nelle vicinanze. “Io sono contraria – aggiunse la ragazza – ma hanno deciso di venire, portarvi via e bruciarvi la casa!”. Appena suo padre tornò dal lavoro Carlo gli raccontò quello che aveva saputo dalla giovane e questi, senza perdere troppo tempo, decise: “Qui dobbiamo salvarci la pelle! Sentite, io vado da mia sorella a Tellaro. Tu, Armida, vai da tua madre in via Torrecchio”.

E suo figlio? Suo padre ci pensò un attimo, poi disse: “Chiamo mio fratello e gli dico di andare a vedere dov’è Gringo”. Gringo era il nome di battaglia di Francesco De Biasi, all’epoca già diventato un capo partigiano.

Carlo, nel frattempo, andò a nascondersi nel fienile della Fiora, una contadina il cui marito era stato ammazzato dai fascisti a forza di bastonate e olio di ricino, e lei ne aveva preso il posto. Ma non si sapeva come fare con il figlio del dottor Venturi: di certo non lo si poteva abbandonare al suo destino. E fu così che i due giovani andarono ai monti insieme. All’inizio Venturi non si fidava di lui perché pensava che fosse solo un ragazzino, poi iniziò ad avere fiducia.

Come raccontato all’inizio, il Nostro venne reclutato tra le fila dei partigiani, appena sedicenne, due giorni dopo la firma dell’armistizio per ricevere e custodire le armi recuperate dagli antifascisti. Mantenne quell’incarico per oltre un anno, poi passò alle operazioni vere e proprie.

L’episodio più drammatico che Carlo ricorda fu sicuramente quello avvenuto sul Gottero: gli uomini erano accampati da parecchio tempo sotto due metri di neve ed era da cinque giorni che non toccavano cibo, nelle cosiddette “casermette”, le casette di legno che costruivano i carbonai quando facevano il carbone e dovevano rimanere di guardia giorno e notte, affinché non bruciasse tutto. Il quinto giorno, Vezio Isoppo, Comandante della Brigata, chiamò Carlo e Gringo e ordinò loro di fare un salto nel paese più vicino, che era Zeri, per controllare che non ci fossero tedeschi.

Nel caso se ne fossero già andati, i suoi uomini potevano andare a cercare là qualcosa da mangiare o sarebbero morti tutti di fame. Dalle casermette i due partirono e, dopo ore e ore di cammino, sprofondando nella neve fino ai fianchi, mentre a Carlo si congelò anche un piede, stanchi e affamati riuscirono comunque ad arrivare ai “Due santi”, dove esisteva una chiesetta. Dopodiché raggiunsero le prime case del paese, mentre stava già diventando buio.

Decisero di non rischiare e si arrestarono in una terra coltivata, dove c’era un mucchio di letame. Trascorsero l’intera notte nell’ammasso di concime, tremando dal freddo e, alle prime luci del giorno, Gringo gli ordinò di lasciare lì il fucile e andare a controllare. Ma non appena il Nostro giunse nei pressi della prima abitazione, ne uscì una donna urlando: “Andate via, ci sono i Tedeschi!” e infatti i soldati tedeschi cominciarono a sparargli addosso, senza colpirlo. Fortunatamente scese una nebbia molto fitta che permise loro di non farsi vedere, per cui i due ragazzi riuscirono a tornare ai Due santi e rimasero ancora un po’ di tempo lì, senza sapere bene che cosa fare.

Quando finalmente raggiunsero le casermette, i loro compagni non c’erano già più e il comando era stato preso dal maggiore dell’e-sercito inglese Gordon Lett.

Il maggiore era diffidente quando li vide: Carlo aveva una giacca di pelle, con dentro la pecora che lo teneva caldo e aveva perso tascapane e fucile; Gringo aveva ceduto il suo mitra Sten a un partigiano. Il maggiore li squadrò e non si fidò del loro aspetto: voleva sapere esattamente chi fossero e che cosa facessero lì, ma poi quando capì che erano partigiani li lasciò stare.

Gordon Lett, dopo un primo rastrellamento dichiarò che aveva bisogno di un certo partigiano; allora il Bertolani che, nel frattempo, era diventato capo cellula, rispose che glielo potevano prestare soltanto provvisoriamente: non potevano rifiutare e permettersi di inimicarsi il maggiore inglese, dato che era proprio lui che stabiliva la frequenza e la destinazione dei lanci di armi e cibo degli Alleati.

Dopo una decina di giorni, il ragazzo prestato al maggiore Lett ritornò da loro, vestito da inglese da capo a piedi e con stivaletti nuovi, suscitando la sorpresa e l’invidia dei compagni. Raccontò che dove stava, si mangiava tre volte al giorno, c’erano anche la stanzetta con la trapunta per dormire al caldo, le sigarette Camel e perfino il tabacco! Però, disse: “Ragazzi vi confido una cosa che non deve sapere nessuno: il maggiore è omosessuale”. Carlo rimase molto sorpreso e decise di rivelare questa delicata informazione al comandante Gringo, raccomandandogli però la massima discrezione. Dopo circa una settimana, arrivò lassù un partigiano portando una notizia, secondo lui, clamorosa: “Ragazzi, annunciò il maggiore Gordon Lett è gay!”.A quel punto, Carlo e Gringo, molto spaventati dalla diffusione della notizia, decisero di ribaltare la situazione, affermando che tutti gli Inglesi erano omosessuali. E così si salvarono! Era il 20 gennaio del 1945.

Quando il gruppo di cui faceva parte Carlo venne giù dai monti per liberare La Spezia, trovò i tedeschi a S. Benedetto di Riccò del Golfo: alcuni di loro erano piazzati sul campanile con una mitragliatrice e perciò erano molto pericolosi. Nel pomeriggio andò meglio perché un partigiano della Serra riuscì a salire sul campanile e a lanciare una bomba che fece esplodere la mitragliatrice. Qualche soldato tedesco iniziò ad arrendersi perciò i partigiani procedevano avanti, nel bosco. Qui Carlo si commuove e rivela di aver ucciso l’ultimo tedesco, ma pensando con grande dispiacere che la madre e il padre di quel ragazzo non avrebbero più rivisto il proprio figlio. Perché di qualunque nazionalità fossero o da che parte politica si fossero schierati, si trattava comunque di giovani vite spezzate.

Dopo essere scesi dai monti, i partigiani volevano vendicarsi e per esempio tagliavano i capelli alle donne che avevano aderito o collaborato con i fascisti. Suo fratello girava con le forbici in tasca: Carlo salvò parecchie donne da quell’umiliazione. Ricorda che ordinava a suo fratello di mettere via le forbici, altrimenti gli avrebbe dato due calci nel sedere e lo avrebbe rispedito a casa.

Subito dopo la fine della guerra, Carlo Bertolani fu proposto dal CLN per il servizio di guardia presso lo stabilimento chimico militare e la galleria di S. Genesio, insieme ad altri tre uomini di Romito e due di Cerri. Si trattava di un incarico delicato. Durante la guerra, nello stabilimento si riempivano i proiettili e le bombe di gas asfissiante (iprite); poi queste armi micidiali si caricavano sugli apparecchi e si portavano al fronte. Nel giro di 100 metri, ricorda Carlo, chi respirava quel gas moriva. Rimase a fare la guardia armata allo stabilimento per tre mesi, per ventiquattro ore al giorno. A capo delle guardie era stato posto un maresciallo e Carlo, che all’epoca aveva solo diciannove anni, si era messo d’accordo con il graduato, perché lui alla domenica voleva andarsene a ballare.

Il fascismo aveva proibito i balli, perciò tutti avevano voglia di tornare a danzare liberamente, soprattutto il tango e il valzer. A Romito si andava alla Capannina sul fiume. Prima della Liberazione, invece, per danzare ci si trovava a Sarzana alla Casina Rossa, alla Bradia. Fuori dalla sala, i padri stavano di guardia per vedere se arrivavano i Carabinieri, perché il ballo era proibito; al massimo si riuscivano a fare tre balli, perché c’erano tanti maschi e poche femmine e, a mezzanotte, le mamme della Bradia chiamavano le proprie figlie che dovevano rientrare a casa.

Carlo Bertolani si commuove nel ricordare quel periodo, quando i ragazzi di Romito per fare quei pochi balli di coppia dovevano rimanere fuori al freddo, per tutta la notte, perché c’era il coprifuoco. Ma ne valeva comunque la pena, perché,  anche se c’era la guerra, erano giovani, allegri e pieni di sogni.

Luciana Piazzi

Di Sandro