(da Lerici In di gennaio, febbraio e marzo 2022)

Come accadde a Lerici cento anni fa

Particolarmente interessato alla storia del Novecento anche a livello locale, ho iniziato ad analizzarla consultando libri e quotidiani che chiarissero gli eventi, in questo caso mi sono soffermato su alcuni episodi relativi ai fatti del febbraio 1922 a Lerici.

Dopo il biennio rosso 1919/1920 si acuiscono in Italia le tensioni tra fascisti e antifascisti. Anche Lerici non rimane estranea a questo contrasto.

Luglio1938 – Emilio Biaggini, Achille Starace in divisa bianca e Duilio Biaggini

Il 13 febbraio del 1922 Emilio Biaggini segretario del fascio lericino e il capitano marittimo Pietro Bibolini, vengono colpiti da colpi di pistola a Lerici. Ecco come vengono raccontati i fatti da Il Tirreno ed Il Libertario.

Il Tirreno del 14 febbraio: [l’autore dell’articolo è Duilio Biaggini coinvolto nel fatto ndr].

Verso le 19.30 il nostro redattore Duilio Biaggini uscito di casa assieme ad un fratellino di 12 anni si recava in via Pisacane presso il Circolo di lettura “A. Manzoni”, luogo di riunione e di ritrovo della gioventù studiosa di Lerici.

Alle 21.15 circa il Biaggini uscì dal Circolo e stava per entrare in piazza Cavallotti [attuale Largo Marconi ndr] dove ha l’abitazione, quando da un Caffè sbucarono più individui armati di nodosi bastoni nel numero di 5 […] Il Biaggini si fermava in via Pisacane presso il bar Roma […] in attesa che venisse qualcuno in suo soccorso; il fratellino visto il pericolo corse immediatamente al circolo di lettura, avvertendo gli amici di quanto accadeva.

[…] Accorsero subito sul posto il segretario del fascio di Lerici, geom. Emilio Biaggini (poi podestà dal 1929 al 1934 e federale della Spezia per 8 anni dal novembre del 1931 ndr) ed il capitano marittimo Pietro Bibolini, nipote del consigliere provinciale, ing. Gio Batta Bibolini, accorsero pure alcuni giovani del Circolo. […] Allora Duilio Biaggini si rivolse ad uno della comitiva chiedendo semplicemente che cosa volevano […] ed ecco che in un attimo uno degli aggressori […] freddamente a bruciapelo punta l’arma contro i giovani e spara. Anche qualche altro degli aggressori impugna l’arma e altri colpi echeggiano nell’oscurità della notte […].

Cadono a terra due giovani, il geom. Emilio Biaggini e il capitano Pietro Bibolini, colpiti dalle rivoltellate; Duilio Biaggini invoca soccorso, nessuno accorre…”.

Questi gli eventi. Recentemente ho sottoposto il mio scritto a Giovanni Biaggini figlio di Emilio per sapere se avesse qualche notizia diversa da darmi.

Ecco le sue parole: “Que-sti fatti mi furono più volte raccontati da mio padre che si salvò riparandosi il viso con un braccio. Fu raggiunto da due proiettili: uno si conficcò nel gomito del braccio e l’altro in bocca facendogli saltare l’arcata laterale dei denti. Pietro Bibolini fu colpito all’addome. I due feriti furono soccorsi e portati nell’ambulatorio del prof. Luigi Fiori, sanitario comunale, che estrasse loro le pallottole. Molti anni dopo il caso volle che mio padre sposasse Lucia Fiori figlia di chi lo aveva soccorso e medicato in quella famosa notte.”

Ecco il resoconto tratto da Il Libertario del 23 febbraio del 1922. Il giornale venne fatto chiudere dopo la marcia su Roma.

“E ora veniamo ai primi fatti accaduti lunedì sera 13 corr. verso le 21. Poco tempo prima un fascista, certo Pedroni, pare venisse disarmato da alcuni giovanotti della rivoltella nelle vicinanze di Lerici. In seguito a questo primo incidente, informati i fascisti di Lerici dal Pedroni stesso del fatto accadutogli, si misero a ricercare gli autori ma invece di questi incontrarono altri giovani e, dopo i primi scambi di parole alquanto concitate, furono sparati vari colpi di rivoltella che ferirono leggermente il segretario del fascio, e un altro. Tutto ciò si svolse in modo fulmineo, tanto che nessuno fu riconosciuto”.

E visto che abbiamo parlato del Circolo Manzoni inserisco questa precisazione tratta da un articolo del Il Golfo dei Poeti scritto da Piero Colotto.

Soci del Circolo Manzoni anno 1928 –

“Esisteva a Lerici, in un locale di via Roma, allora via Carlo Pisacane [in rosso nella carta del 1904 – foto sotto], dove oggi è una lavanderia-stireria accanto attualmente al bar Jolly, fra il Ristorante “Mignon” (di Checco, detto Frissèo) e il bar “Lo Svizzero” [penso l’attuale bar Perla ndr] del Signor Giuseppe, svizzero per davvero e zio della Sig.ra Franca Bellini Volet attualmente albergatrice in Svizzera a Losanna…, esisteva, dicevo, il “Circolo A. Manzoni”, uno dei circoli esistenti in Lerici… frequentato da giovani di varia tendenza politica: c’erano fascisti, repubblicani, liberali, popolari, ecc. e persone senza tessere di partito”. Altri dicono che la sede fosse dove è attualmente la Ubi Banca.         

1904 Lerici via Carlo Pisacane

 (segue)

Alessandro Manfredi Monguidi

La reazione fascista

Riprendo la narrazione dai fatti del 13 febbraio ’22 dove avevo raccontato il ferimento con colpi d’arma da fuoco del segretario del fascio locale Emilio Biaggini e del capitano marittimo Pietro Bibolini, ora, nei giorni immediatamente successivi, come possiamo notare dagli estratti della stampa locale dell’epoca, la reazione dei fascisti fu immediata.

1922 26 marzo arresti di sovversivi a Lerici

Ecco come Il Tirreno raccontò i fatti:

Uno strascico dell’aggressione di Lerici – I sanguinosi incidenti di questa notte.

“Da qualche tempo, come si rileva dalla cronaca del ns. giornale, vi è stata una ripresa di attività da parte degli elementi più accesi delle due fazioni fascista e comunista locali. Ma fino a ieri si trattava di semplici scaramucce, senza conseguenze. Il primo fatto di sangue, gravissimo per le circostanze cui si è svolto si è verificato ieri a Lerici, agguato che mancò poco non costasse la vita al geom. Biaggini ed al cap. Bibolini.

L’AGGUATO

Verso le 20 di iersera ad alcuni fascisti sarebbe giunto l’avviso da Lerici che durante la notte un gruppo di sovversivi avrebbero assalito la casa del geom. Biaggini; senza por tempo in mezzo una quindicina di giovani, raccolti sotto i portici, si è diretta a piedi verso Lerici per presidiare la casa minacciata del compagno ieri ferito. Il paese era fortemente presidiato fin dall’alba da guardie e carabinieri.

Quando i fascisti sono giunti presso La Serra si sono visti apparire improvvisamente innanzi un gruppo di sconosciuti che hanno scaricato su di essi le loro rivoltelle, dandosi poi alla fuga tra la boscaglia.

La raffica di piombo aveva investito la prima vittima in persona del fascista Landini, figlio del noto trattore spezzino Gaetano. Allora i giovani preso il ferito si incamminarono verso le prime case della Serra chiedendo aiuto, ma vanamente. La popolazione racchiusa nelle case temendo forse atti di rappresaglia, non aprì. I fascisti decisero di riprendere la loro marcia verso Lerici e, trasportando a braccia il loro ferito, lasciarono La Serra.

Avevano percorso poche centinaia di metri quando venivano investiti da una raffica infernale di fucileria e di rivoltellate persino una bomba Sipe, che fortunatamente scoppiò senza colpirli, fu lanciata contro di essi. Tre di essi correvano a Lerici a chiedere l’intervento della forza pubblica.

Le autorità di P.S. prima dei tre fascisti, avvertiti dagli spari, vi si erano dirette e raggiungevano il drappello dei fascisti che furono per misure precauzionali trattenuti in caserma. Un drappello di guardie venne spedito sul luogo del conflitto, ove vi raccoglieva gravemente ferito certo Stefano Paita, abbandonato dai compagni fuggiti.

Il Paita che era fin da ieri attivamente ricercato quale autore principale del doppio attentato omicida di Lerici, venne prontamente condotto all’Ospedale della Spezia. Nello stesso ospedale giungeva poco dopo il fascista Landini. Il comunista Paita ha confessato di essere il feritore del fascista Landini”.

In modo più deciso Il Libertario racconterà gli avvenimenti, parlando di una vera e propria azione squadrista organizzata dai fascisti spezzini:

“Il giorno 15, infine, i fascisti della Spezia e San Terenzo decidevano una spedizione punitiva in grande stile, probabilmente anche per vendicare i feriti negli scontri dei giorni precedenti: si disse che fosse loro intenzione prelevare nove persone, tra le quali l’ex deputato Bacigalupi (socialista) residente alla Serra di Lerici.

Un camion carico di squadristi, armati di moschetti e pistole, veniva fermato dai carabinieri sulla strada per Lerici; i militi, invece di arrestarne gli occupanti, si limitavano a farli tornare indietro. La squadra, detta la «Disperatissima », al comando del «ras» Alberto Landini, che aveva diretto la devastazione della sezione comunista di San Terenzo, passando per un’altra strada, attraverso la frazione di Pitelli, giungeva verso sera in vista della Serra. All’ingresso del piccolo borgo che domina Lerici si riprodusse allora in scala minore l’episodio della difesa di Sarzana.

Un gruppo di giovani arditi del popolo, che da giorni vigilavano assieme alla popolazione, prevedendo l’arrivo dei fascisti, sbarrava la strada d’accesso al paese a chiunque. Si accendeva così uno scontro a fuoco in piena oscurità. Dopo una fitta sparatoria da ambo le parti, i fascisti si ritiravano, lasciando sul terreno, morto, il Landini, dopo aver chiesto inutilmente aiuto alla popolazione che rifiutò di aprire le porte e di soccorrere i loro feriti.

Dall’altra parte venne ferito gravemente il giovane comunista Stefano Paita, marittimo di anni 25, che morì il 2 marzo successivo. I fascisti componenti la spedizione vennero fermati dai carabinieri per misura precauzionale, ma di fatto per proteggerli dalla popolazione insorta: infatti il mattino successivo furono rilasciati.

I familiari del Paita non poterono nemmeno far stampare il manifesto funebre, né poté apparire quello del comitato di difesa di La Spezia, stante la proibizione del sottoprefetto”.

Allego per chiarire meglio gli avvenimenti il telegramma con cui la Prefettura della Spezia raccontava i fatti accaduti.  (foto sopra)

Come testimonianza storica allego (foto sotto) la lapide dedicata all’ardito del popolo Gabriele Paita che sostituirà nel dopoguerra quella dedicata al fascista Alberto Landini. La lapide è posta dopo il Cimitero di Narbostro sulla parte sinistra della strada che sale verso la Serra.

Lapide a Gabriele Paita

Da “La Spezia nel Ventennio” di Umberto Burla:

“A giugno [del 1923 ndr] si apre a Chiavari la sessione delle Assise per giudicare i fatti della Serra di Lerici dell’anno precedente, e la Corte viene disturbata dalla presenza di un centinaio di squadristi rumoreggianti e minacciosi. Il processo si conclude con 108 anni di reclusione complessivamente comminati agli imputati, che peraltro entro breve tempo saranno tutti amnistiati”.

Nella lapide dedicata a Paita c’è il nome di Gabriele, mentre nei documenti processuali e nei giornali dell’epoca si fa il nome di Stefano Paita.

All’anagrafe risulta Stefano Gabriele Paita. Dalle testimonianze lui stesso si faceva chiamare Stefano. Probabilmente chi fece mettere la lapide (il 1° maggio 1945, cinque giorni dopo il 25 aprile !) e intitolare la strada alla Serra fu Tommaso Lupi, 1° sindaco del dopoguerra, e che poteva averlo conosciuto come Gabriele in gioventù negli ambienti sovversivi della Serra ma anche di Pitelli. Purtroppo in Comune non è stato possibile trovare la delibera relativa alla lapide che avrebbe potuto fornirci altre spiegazioni.”

Le informazioni virgolettate me le ha fornite Alberto Incoronato autore del libro “Dietro la lapide dei Barbantan” che parla degli scontri tra “sovversivi” e fascisti nello spezzino dagli Anni ’20 sino alla Liberazione. (segue)

Alessandro Manfredi Monguidi

Il caduto Stefano Gabriele Paita

Concludiamo il racconto dei fatti del febbraio 1922 ricordando la figura di Stefano Gabriele Paita (foto sopra) nelle ultime ore della sua esistenza. Prima con i resoconti dei suoi interrogatori nell’ospedale della Spezia e in seguito con il racconto del suo funerale. Gran parte delle notizie le ho estrapolate dal bel libro di Alberto Incoronato “Dietro la lapide dei Barbantan”  che racconta anche degli scontri tra fascisti e “sovversivi” dal 1919 alla Resistenza.

Da Il Tirreno del 16 febbraio 1922:

“Le guardie alla Serra raccolsero, gravemente ferito certo Stefano Paita, abbandonato dai compagni fuggenti. Essendo fin da ieri attivamente ricercato quale autore principale del doppio attentato omicidio di Lerici, venne prontamente condotto all’ospedale della Spezia ove fu ricoverato con prognosi riservata e piantonato. 

Il Pretore della Spezia assistito dal Cancelliere, si recò in ospedale per raccoglierne la testimonianza e compilare il “Verbale di dichiarazione di parte lesa”. Stefano raccontò che la sera del 15 andando alla Serra fu aggredito da alcuni sconosciuti che lo minacciarono con una rivoltella, gli fu chiesto dove andasse, ne nacque un diverbio, e gli spararono al collo ferendolo. Lasciandolo stramazzato al suolo, se ne andarono gettando una decina di bombe che esplosero nel canale.

Prima che avvenisse il fatto ho incontrato delle persone che mi dissero che c’erano in giro dei fascisti, per fare rappresaglie.  Io non ero armato e non avevo avuto questioni con i fascisti”.

Da Il Tirreno del 17 febbraio 1922:

“Il 17 le Regie Guardie, Aristide Uberti e Nunziato Mastroiani, che piantonavano Stefano verbalizzarono un colloquio che ebbero con questo ragazzo venticinquen-ne, gravemente ferito alla testa probabilmente sotto l’effetto di farmaci e che fino allora aveva negato tutto. Stefano disse che avendo avuto sentore che stavano arrivando i fascisti, «io, con alcuni miei compagni, ci appostammo sulla via che da Lerici mena alla frazione Serra onde attendere l’arrivo di questi».

Dopo poco arrivarono i fascisti e venuti a contatto gli chiesero la parola d’ordine. Dopo che lui ebbe risposto, uno di questi gli si avvicinò: «Io senza indugio estratta la rivoltella scaricai contro il medesimo vari colpi»… Il fascista a questo punto rispose al fuoco, colpendo Stefano e contemporaneamente iniziò una sparatoria fra compagni di Stefano e fascisti finché questi ultimi si dileguarono portando con loro il ferito… Fu a questo punto che Annunziata, che era lì al capezzale del figlio, capì cosa stava succedendo e che questi aveva parlato troppo incautamente. A questo punto intervenne dicendogli: «Sei pazzo figlio mio» ed egli tacque”.

Il 18 alle ore 16 fu la volta del Giudice Istruttore che accompagnato dal Cancelliere andò all’ospedale per compilare un altro “Verbale di dichiarazione di parte lesa” nel quale fu riportata sostanzialmente una terza versione di quanto accaduto.

Così concluse il Paita: “Il fatto fu improvviso, non vi fu nessuna contestazione fra me e il gruppo fascista. Non è vero che io sia stato perquisito né che mi sia stata chiesta la parola d’ordine ed io non abbia saputo rispondere. Essi mi diedero il chi va là, ed io risposi: «vado a casa». Immediatamente dopo fui ferito”.

Il 2 marzo 1922, dopo 16 giorni di agonia, morì al- l’ospedale della Spezia.

Prima del funerale, uno zio di Stefano e un rappresentante del Comitato di Difesa Proletaria, quasi certamente Vittorio Cantarelli, si recarono alla Spezia in Sottoprefettura perché era necessaria l’approvazione per quanto avrebbe riportato l’annuncio funebre.

Il manifesto fu censurato della parte centrale e il funerale fu spostato alla domenica mattina del 5 marzo ufficialmente per consentire l’autopsia.

Ecco il testo del manifesto con le frasi censurate (in corsivo) :

“Gli inconsolabili genitori, la desolata famiglia, i parenti tutti annunciano la morte del loro amato Paita Stefano Gabriele di anni 25 – Navigante avvenuta ieri mattina 2 c. alle ore 10, all’Ospedale Civile, dopo 16 giorni di strazianti sofferenze. Egli, animo buono, figlio amoroso, onesto infaticabile lavoratore, veniva in quel giorno da Genova quando la sventura volle che s’imbattesse nel tragico conflitto avvenuto alla Serra di Lerici la notte del 15 Febbraio s. nel quale cadde. I funerali in forma civile avranno luogo domani, 4 c., alle ore 16.30, partendo dall’Ospedale V. E. III per il cimitero di Pugliola.

La Spezia, 3 Marzo 1922”.

“Il carro funebre coperto di due splendide corone della famiglia e di una del Comitato con nastro rosso con la scritta: «Il proletariato della Spezia a Paita Stefano»” partì dunque dal cimitero dei Boschetti seguito dai famigliari, da un solo rappresentante del Comitato e da “un camion delle regie guardie”.

Il corteo arrivò al Muggiano e salì alle Tre Strade “dove erano adunate le numerose rappresentanze di associazioni economiche e politiche con bandiere rosse e nere delle località di Arcola, Lerici, Pitelli, S. Terenzo, Sarzana, Romito, Serra ecc. Vi era pure la P. Assistenza di Lerici della quale il Paita era socio, come pure altre consorelle. Si formò allora un imponente corteo. Le strade erano sbarrate da forti cordoni di carabinieri. Sul luogo dirigeva il servizio un funzionario di Sarzana, il quale impose che il corteo non fosse seguito da bandiere, accondiscese soltanto che rimanesse spiegata la bandiera della Pubblica Assistenza di Lerici”.

Al cimitero, parlò a nome della famiglia Sommovigo Bruno per ringraziare i molti intervenuti e porse alla salma il saluto dei repubblicani. Il compagno Vittorio Cantarelli parlò a nome del Comitato di Difesa Proletaria della Spezia. Seguì un socio della sezione marinara di Lerici, la Società Marittima di Mutuo soccorso di cui il Paita era socio, e chiuse un giovane che parlò a nome dei socialisti e dei lavoratori di Lerici. Alle 11.30 la mesta cerimonia ebbe fine senza incidenti”. Anche alla Marittima arrivò la lettera della P.S. di Sarzana che vietava alla Società di portare al corteo funebre del defunto Paita Stefano Gabriele i labari.

Nel verbale consiliare della Società Marittima è riportato che, in occasione del funerale del socio Paita Stefano Gabriele, approva l’operato dell’amministrazione (della Marittima) che indica di seguire le norme usuali di tutti i funerali. Quindi sono andati con labari e bandiere.

Angelo Bacigalupi, che si era rifugiato in Francia alla fine del dicembre 1925, in un articolo intitolato “La Sentenza” scritto sull’Alma-nacco Socialista del 1931, dove ci racconta l’esito del processo del 26 giugno 1923 presso la Corte di Assise di Chiavari, con queste parole ricorda Gabriele Paita : “del giovane Paita, un lavoratore caduto anch’egli in quel conflitto, per mano dei fascisti, nessuno, ad eccezione di un piccolo avvocatino, alle sue prime armi, se ne era ricordato, né l’autorità di P. S., né il giudice, e tanto meno il presidente delle assisi o il rappresentante l’accusa. (fine)

Alessandro Manfredi Monguidi