Angelo Bacigalupi: intelligenza e passione di un socialista massimalista

(da Lerici In di aprile 2022)

Foto tratta dalla tesi di laurea di Luciano Secchi:. “Il ‘biennio rosso” in un centro industriale del Nord (La Spezia 1919-1920)

Il tema delle origini del fascismo e dell’antifascismo a Lerici, affrontato con riferimento ai fatti della Serra negli articoli di Alessandro Manfredi su “Lerici In” e più in generale nel convegno di studi della Sez. ANPI di Lerici e nell’incontro su Angelo Bacigalupi promosso dal- l’apposito comitato, va ancora approfondito.

Cento anni dopo, dobbiamo raccontare la storia -basata sui documenti – delle idee e delle speranze, delle illusioni e delle delusioni di tante persone coinvolte, per la prima volta nella storia italiana e lericina, in un’esperienza collettiva e di massa che lasciò il segno per una vita. La storia della Lerici del “biennio rosso” e del “biennio nero”, con entrambi i colori presenti in vario modo nelle due fasi. La Lerici della speranza rivoluzionaria, più che mai viva già dal 1917, e la Lerici dell’avvento del fascismo. Una storia le cui radici sono da cercarsi nel 1914: fu la Grande Guerra a inaugurare quell’epoca di rivoluzioni e controrivoluzioni, che si sarebbe spenta solo nel 1945.

Racconterò in una serie di articoli le storie di alcuni lericini protagonisti di quegli anni. Il primo articolo, in tre puntate, è dedicato ad Angelo Bacigalupi, che degli antifascisti era il capo.

Così lo descriveva la Prefettura di Spezia il 3 dicembre 1925:

“Ha solamente l’istruzione primaria e una limitatissima cultura formatasi con la lettura di libri sovversivi, è però dotato di una acuta intelligenza e facilità di parola sicché si è fatto subito notare nelle masse operaie […] Durante la guerra fu nello stabilimento navale Ansaldo San Giorgio, ove lavorava, l’esponente di tutte le agitazioni operaie e per la sua propaganda disfattista gli fu tolto l’esonero dal servizio militare e inviato al Corpo da cui proveniva. Ritornato in patria si fece campione dei confederalisti e, ripresa la propaganda di odio contro la classe padronale, acquistava un grande ascendente nelle masse dei lavoratori.” [nota 1].

Fu il primo deputato socialista spezzino, eletto nel novembre 1919. Incarnava l’anima massimalista del socialismo, quella del “programma massimo”, la rivoluzione.

Un grande corteo, per festeggiare la vittoria, accompagnò Bacigalupi da Spezia alla Serra, dove abitava. Già capo della lotta per le otto ore al Cantiere Muggiano -per questo fu bandito durante la guerra – Bacigalupi aveva partecipato ai moti della primavera 1919, la punta più alta della tensione rivoluzionaria a Spezia. Il 1920 fu ancora un anno di grandi lotte, rivendicative e per il potere. Il 6 febbraio Bacigalupi parlò agli arsenalotti e auspicò “la gestione diretta delle fabbriche da parte dei lavoratori” [nota 2]. In un comizio a Sampierdarena, il 21 agosto 1920, “si scaglia contro gli industriali qualificandoli come pescicani […] e dice: se essi credettero di servirsi della Guardia Regia come nello sciopero di Torino, nel quale alle Guardie Regie furono date laute gratificazioni di 1.000 lire, allora con rivoltelle alla mano dovrà il proletariato metallurgico spazzare le strade, ed occupare gli stabilimenti” [nota3].

L’anno culminò con l’occupazione delle fabbriche a settembre. Bacigalupi ne fu protagonista al Muggiano. La fase discensionale del movimento fu l’accordo che concluse l’occupazione, a cui egli contribuì.

Era emersa una classe operaia con una diffusa coscienza di sé e del proprio ruolo. Gli operai non si sentivano più solo salariati ma anche classe dirigente produttiva. Ma il sindacato e il PSI non rispecchiavano questa maturazione. La confusione nel PSI era massima. Come scrisse Nenni nel 1946, “una rivoluzione ogni giorno annunciata e ogni giorno rinviata finisce per essere una rivoluzione vinta” [nota 4].  La spontaneità operaia e la spinta dal basso non incontrarono l’organizzazione sindacale e politica.

Nel frattempo l’avversario non stava a guardare: sempre più cercava di dar vita a quella che “Il Tirreno” definì “guardia bianca” o “guardia tricolore” [nota 5].

Il giornale invocò apertamente la dittatura militare. Il 13 maggio 1920 si ricostituì il Fascio spezzino. I massimi dirigenti erano esponenti della borghesia e della Marina. Un fascismo borghese, come quello lericino, che aveva a capo esponenti del mondo armatoriale. La violenza fascista e quella dello Stato avanzarono in tutta Italia -anche a Lerici – nel 1921, dilagarono nel 1922.

L’8 maggio 1921, 150 fascisti disturbarono a Lerici il comizio elettorale del comunista Aristide Pavolettoni e devastarono la sezione comunista di San Terenzo. Conquistata Carrara e la Lunigiana, i fascisti miravano al circondario spezzino.

A luglio fu aggredita Sarzana. Bacigalupi già allora si schierò con gli Arditi del popolo, forma improvvisata di resistenza che si manifestò con un’unità dal basso di operai socialisti, comunisti, anarchici, repubblicani, contro la volontà dei partiti operai. Alla Serra il deputato socialista era il punto di riferimento del circolo “Sempre Avanti”, creato nel 1915 dai socialisti come luogo “per il divertimento lecito ed onesto, nonché la cura dell’educazione morale dei suoi associati”, recitava l’art. 2 dello Statuto

Nella foto la copertina dello statuto del circolo “Sempre Avanti”, Tribunale civile e penale di La Spezia, Fascicoli processuali, b. 388/II, fasc. 18, sottofasc. 5, Archivio di Stato La Spezia.
 

Il capitolo I era intitolato “Del Buffet e divertimento ballo. Diritti e Doveri del Cantiniere” [nota 6].

Lo squadrismo aggredì molte sedi di aggregazione proletaria come questa. Il 15 febbraio 1922 il circolo era l’obiettivo della spedizione fascista. (segue)

Giorgio Pagano

Note: [1] Prefettura di Spezia, 3 dicembre 1925, Casellario Politico Centrale 27480, Archivio Centrale dello Stato.

[2] “Riunione di arsenalotti”, “Il Libertario”, 11 marzo 1920.

[3] Prefettura di Genova, Occupazione delle fabbriche settembre 1920, rel. n. 6393 del 24 agosto 1920, b. 19, Archivio di Stato Genova.

[4] Pietro Nenni, “Storia di quattro anni”, Einaudi, Torino, 1946, p. 52.

[5] G. Miceli, “Armi e armati”, “Il Tirreno”, 1° ottobre 1920.

[6] Tribunale civile e penale di La Spezia, Fascicoli processuali, b. 388/II, fasc. 18, sottofasc. 5, Archivio di Stato La Spezia.

(da Lerici in di maggio 2022)

Foto di Angelo Bacigalupi, operaio, deputato Legislatura XXV del Regno (dati: www camera.it)
 

     Dopo i fatti della Serra del 15 febbraio 1922 l’anti-fascismo lericino fu messo sotto scacco dalla violenza fascista e dalla repressione dello Stato. Non mancò, nella tragedia, qualche episodio divertente, come quello raccontato dal “Libertario” del 16 marzo, in una corrispondenza da San Terenzo datata 11 marzo: “In questo paese si è scatenata una ributtante reazione fascista – poliziesca. Si può annunciare l’avvenuto matrimonio tra l’elemento fascista e i carabinieri. […] I nuovi ricostruttori e i carabinieri si sono fitti in testa di trovare delle bombe, dei moschetti, della gelatina, ecc. […] Pochi giorni fa i tranquilli cittadini di un paesello vicino a San Terenzo, denominato Bagnola, furono sossopra. Erano arrivati i fascisti ed i carabinieri a fare una perquisizione. Cercavano ancora le… bombe. […] Buttarono all’aria ogni cosa non trovando mai nulla. Ma dentro un fornello videro tre barattoli. […] Ma presi in mano quei tre barattoli rimasero di sasso. Erano, aiutatemelo a dire, erano pieni di… merda mescolata con acqua, che avrebbe dovuto servire da concime per le semenze.” [nota 1].

L’ironia non mancava nemmeno ai fascisti e ai loro sostenitori. “Il Tirreno” del 25 marzo raccontò che le onde sollevate da un cacciatorpediniere si erano rovesciate sulla banchina di Lerici e invaso il mercato, facendo credere a un maremoto:

“In un baleno il mercato s’è spopolato e le donnicciuole si sono riversate, in fuga gridando, verso la Serra. Quegli abitanti, la cui coscienza non è forse molto tranquilla, dopo gli ultimi conflitti, a veder da lontano dirigersi sul loro paese, in fuga, una folla urlante, ha subito pensato a una spedizione fascista e, terrorizzata, s’è data alla campagna commutando il grido d’allarme dei lericini: il maremoto in quello più famoso: i fascisti! I fascisti!” [nota 2].

Alla Serra avevano però ragione a temere. Dopo i fatti del 15 febbraio si era avviata un’inchiesta a senso unico: il cerchio si stava stringendo attorno al gruppo degli arditi del popolo, in testa Angelo Bacigalupi e Guglielmo Zanello, individuati come i capi.

Una scure che tronca un fascio:
il gagliardetto degli Arditi del popolo 

Il 28 marzo “Il Tirreno” pubblicò i nomi di tredici antifascisti denunciati ed arrestati. Bacigalupi si era dato alla latitanza [nota 3].

In un memoriale del fascista Umberto Cresci, visionato da Alberto Incoronato, l’autore racconta le azioni squadriste del giugno 1922, compiute insieme a Guido Bosero, Dialma Terzi, Augusto Bertozzi e ad altri caporioni del fascismo: “quindi ci recammo alla Serra di Lerici ove dopo vari spari di mitragliatrice e varie legnate si devastò la sezione del Partito Comunista asportando il vessillo e altri oggetti” [nota 4].

Il 23 agosto Bacigalupi fu catturato a Genova. Secondo “Il Lavoro” l’ex deputato socialista – Bacigalupi non era risultato rieletto nelle elezioni del 1921 – fu rintracciato grazie alle ricerche dei fascisti lericini, che si recarono a Genova, scoprirono e circondarono un bar da lui frequentato e lo arrestarono, per poi consegnarlo alle Guardie Regie [nota 5].

Ma in base al verbale della Questura di Genova Bacigalupi fu arrestato su segnalazione di “Giannini Nino di Luigi, di anni 22, da Spezia”, abitante a Genova [nota 6].

Anche la Serra, “un giorno rocca inespugnabile dell’on. Bacigalupi”, capitolò [nota 7]. Il 27 agosto fu inaugurata la sezione fascista della Serra, presenti Augusto Bertozzi e Orlando Danese. Il discorso del Bertozzi “fu seguito dalla raccolta di nuove adesioni tra i numerosi presenti, in maggior parte contadini” [nota 8].

Negli atti del processo sui fatti della Serra i fascisti – autori della spedizione squadrista – risultano parte lesa. Il 28 giugno 1923 a Chiavari, in Corte d’Assise, furono condannati Angelo Bacigalupi, Severino Bertella, Italo Mion, Fioravanti Tani e Giulio Zanello. Tredici imputati furono assolti, cinque erano latitanti.

La critica più sferzante al processo fu espressa dallo stesso Bacigalupi in un articolo del 1931, dall’esilio:

“I fascisti, costituitisi parte civile, volevano vendicare il loro morto, un capo squadra caduto in quel cruento conflitto.

Del giovane Paita, un lavoratore caduto anch’egli in quel conflitto, per mano dei fascisti, nessuno, ad eccezione di un piccolo avvocatino che faceva le sue prime armi, nessuno se n’era ricordato, né l’autorità di P.S., né il giudice, e tanto meno il presidente delle assisi o il rappresentante l’accusa. […] Il presidente! Quando penso che durante tutto il processo ha fatto l’impossibile per servire il fascismo, a scapito s’intende della giustizia, secondato – bisogna dirlo – dall’ineffabile rappresentante della pubblica accusa, non posso fare a meno di compiangere tutti coloro che sinceramente credevano nell’in-dipendenza della magistratura italiana” [nota 9]. (segue)

Giorgio Pagano

Note: [1] “Corrispondenze, San Terenzo, 11 marzo 1922”, “Il Libertario”, 16 marzo 1922.

[2] “I fascisti! I fascisti!”,” Il Tirreno”, 25 marzo 1922.

[3] “La luce sui tragici fatti di Lerici o della Serra”, “Il Tirreno”, 28 marzo 2022.

[4] Alberto Incoronato, “Dietro la lapide dei Barbantan”, Youcanprint, 2020, p. 139.

[5] “I fascisti arrestano l’on. Bacigalupi e lo traducono in Torre”, “Il Lavoro”, 24 agosto 1922.

[6] Tribunale civile e penale di La Spezia, Fascicoli processuali, b. 388/II, fasc. 18, sottofasc. 2, ASSP.

[7] “Inaugurazione di una sezione fascista alla Serra”, “Il Secolo XIX”, 29 agosto 1922.

[8] Ibidem.

[9] Angelo Bacigalupi, “La Sentenza”, in “Almanacco del Partito Socialista Italiano”, Partito Socialista Italiano, Parigi, 1931, pp. 61-66.